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In breve

La vera promessa del freelancing è la libertà di vivere secondo i propri termini. Se ci sono dei termini, c'è un codice: una tua costituzione di leggi e di principi, con le cose che ti vanno bene e quelle che non ti vanno bene. Stringi stringi, è il vero grande sogno di tutti quelli che si mettono a fare la libera professione.

  • Quando hai scelto di diventare freelance hai rifiutato un patto. Hai detto no alla sicurezza in cambio di una promessa: vivere secondo i tuoi termini.

  • L'etichetta che scegli contiene un destino che si autoavvera. Se ti vesti di un'identità che è uno status fiscale, prendi decisioni da status fiscale.

  • La libertà è un mezzo, esattamente come i soldi. Di per sé è una scatola vuota: acquista un senso soltanto se ce lo metti tu.

  • Dal lavoro dipendente si fugge due volte. La prima fisicamente, quando cambi la struttura del tuo lavoro e apri la partita IVA. La seconda interiormente, ed è la più difficile.

  • L'equilibrio è molto più come andare in bicicletta. Più vai veloce e pedali, più stai dritto, più rallenti e meno sei stabile.

  • Non si prova eudaimonia, si vive. È un'attività dell'anima in accordo con la virtù, esercitata in modo eccellente e continuato nel tempo.

Il saggio completo

Da dove nasce il rifiuto del lunedì mattina?

Ci sono capitato un po’ per caso, come quasi tutte le cose belle della vita: ci sono inciampato sopra. I miei genitori avevano un’agenzia di comunicazione a Milano negli anni Ottanta. Era una struttura a tutti gli effetti, con il tipo standard di relazione professionale dell’epoca: l’imprenditore che faceva l’impresa, i dipendenti che ci lavoravano dentro. E ogni tanto comparivano queste figure mitologiche, mai viste: i freelance.

Ai miei occhi di bambino di sei anni avevano i connotati di Spider-Man. Supereroi che si sa che esistono, ma che nessuno ha mai visto in faccia. Mi faceva effetto lo strano cortocircuito fra quello che per me era sempre stato il modello normale di lavoro, dove si è in ufficio, si entra, si esce e c’è lo stipendio, e questi che sembravano giocare una partita fuori dalla griglia, con altre regole, in un altro campionato. È stato come incontrare un profumo, che poi ho seguito negli anni successivi: qualcosa di misterioso, ancora indefinito, che mi prometteva qualcosa di molto interessante.

Avevo quindici anni e ogni domenica sera avevo una depressione atomica. D’inverno il buio arrivava alle quattro del pomeriggio, faceva freddo, e la mattina dopo c’era la scuola. Non mi piaceva, non mi ci trovavo bene. Non era pesantissimo l’episodio di per sé, era pesantissimo il fatto che fosse un obbligo, che fosse contrattualizzato. Non è soltanto questa domenica che fa un po’ cagare: sono tutte le prossime domeniche che saranno così. Sono andato dagli adulti di casa e gli ho detto: raga, sentite un po’, è normale questa cosa qui? Dopo che sarà finita la scuola, come cambiano le cose?

Mi hanno risposto: «La vita è fatta di lunedì mattina.»

Mi spiegarono: adesso vai a scuola, e poi dopo sarà la stessa cosa in ufficio, dove c’è il capo, le robe. Cazzo, la cosa mi ha fatto venire i brividi lungo la schiena. E ho stabilito in quel preciso istante che quella roba di cazzo non l’avrei mai accettata. Assolutamente no. Chi cazzo l’ha scritta questa cosa qui?

Qualche anno dopo, fra i diciotto e i vent’anni, anzi probabilmente anche prima, ho scelto di diventare freelance con totale lucidità.

Quale patto rifiuti quando diventi freelance?

Il sistema ha fabbricato la paura, per poi venderci la sicurezza. Ha inventato lo stipendio, per farcelo chiamare futuro. Ci ha chiesto le ore, e si è preso la vita.

Quando hai scelto di diventare freelance hai rifiutato un patto. Hai detto no alla sicurezza in cambio di una promessa: vivere secondo i tuoi termini.

Poi arriva la notte del conto degli anni. Due, cinque, dieci. Stessa cosa, stesso prezzo, stessa ansia, solo un gradino più stanco. E se dopo anni hai meno pace di chi è rimasto dentro, stai perdendo la scommessa che hai fatto sulla tua vita.

Cosa succede quando la scommessa sembra persa?

Il momento peggiore, per me, è arrivato presto. Avevo ventiquattro o venticinque anni, ero nei primi anni di partita IVA, e ho scoperto nello stesso periodo che il mio primo commercialista aveva fatto un disastro atomico e che il mio cliente principale, praticamente l’unico, era fallito. Mi sono ritrovato sotto di 55.000 euro, fra il debito con l’INPS e i pagamenti che non sarebbero mai arrivati. Un debito che mi avrebbe accompagnato per anni: la lettera scarlatta, tatuata a fuoco sulla spalla.

Appurato il fatto che ero in una classica e colossale tempesta di merda, il tema era come se ne esce. Ho messo in discussione tutto, anche il fatto stesso di essere freelance. Fare l’art director in un’agenzia mi avrebbe dato uno stipendio e una divisione facile: tanto al mese, il debito finisce fra tot anni. Però quella roba lì dell’avere questo problema fisso mi stava veramente di traverso: era come accettare un condizionamento sulla mia libertà su cui non potevo avere azione. Volevo quel tipo di libertà perché era la cosa migliore per me, indipendentemente dal costo. E l’ho ritenuta l’investimento migliore per uscire da quel costo: ho creduto più in me che in un’agenzia che poteva assumermi. Se mi carico tutto sulle spalle, mi sono detto, me lo tiro fuori in meno tempo. E così è stato.

La domanda è diventata come contrarre quei tempi, e la risposta è stata diventare un freelance più bravo di prima, capendo tutta la serie di cazzate clamorose che avevo fatto per ritrovarmi lì. Da una situazione così ci esci perché ti evolvi, diventando due, tre, quattro, dieci volte migliore di quello che eri. In realtà è stato uno dei punti più luminosi, più epici del mio percorso. Senza quella, che è stata la più buia delle notti, non avrei la consapevolezza che per me il freelancing è la via migliore in assoluto.

Perché un freelance non è una partita IVA?

Se ti definisci una partita IVA, non hai capito un gatto di cosa vuol dire essere freelance. È come se definissi te stesso, o le persone che ami, secondo la composizione chimica. Quella lì non è la mia mamma, è una massa di materia: un po’ di idrogeno, un po’ di ossigeno, un po’ di carbonio. Anche no, c’è di più.

Quante volte, con in mano uno spritz, a un evento o a cena con degli amici, alla domanda «che lavoro fai?» hai risposto «sono una partita IVA»? È una roba che sento continuamente e, diciamoci la verità, è aberrante sta roba qui. Ma non è colpa tua: è il sistema che ti costringe in questa strutturina. La burocrazia ti definisce così, il commercialista ti definisce così, lo Stato ti tratta in questa maniera. E tu oscilli: un giorno ti senti un libero professionista, il giorno dopo apri il cassetto fiscale e torni a essere un codice ATECO. A forza di sentirtelo dire, te lo appiccichi addosso come una tuta da lavoro con il numero di matricola.

È quella che chiamo la profezia dell’etichetta: l’etichetta che scegli contiene un destino che si autoavvera. L’involucro dentro cui stai cambia come cammini, cambia come ti vedi, cambia dove arrivi, e di conseguenza cambia il tuo destino professionale e anche umano.

Se ti vesti di un’identità che è uno status fiscale, prendi decisioni da status fiscale. Lavori in modalità reattiva, progetto dopo progetto, accettando clienti semplicemente perché vogliono dire soldi, e impegnando il tuo tempo a costruire il sogno degli altri. Va bene, ma manca un pezzo grosso. Sei un ingranaggio uguale a diecimila altri, senza nessun differenziante, con il valore che il sistema riesce a spremerti. Sei sostituibile. Ogni tanto ricevi qualche caramella, qualche piccolo oggetto scintillante, giusto per farti pensare che le sbarre della gabbia dorata in cui sei facciano parte del paesaggio. Ma con le caramelle o senza le caramelle, una gabbia rimane una gabbia.

Quello che alla fine ti logora dentro è la mancanza di senso. Perché stai facendo tutto questo sbattimento? Perché ci investi così tanto tempo della tua vita, così tanta energia, così tanto impegno? Lavori, lavori, lavori, ma non è una direzione. Il tuo business diventa una macchina per sopravvivere, non per vivere. È quello che chiamo il destino del tassista, che passa un’intera carriera a guidare per decine di migliaia di chilometri, sempre in tondo nella stessa città. Prova a pensarti alla fine della tua carriera: hai consumato gomme, bruciato container di benzina, ti sei fatto mille sbattimenti per portare in giro gente. Bello, utile, ma tu non sei arrivato da nessuna parte.

Uno sceglie di fare il freelance non perché è una partita IVA, ma perché decide di vivere la vita secondo i propri termini.

Io ho un solo grande mito, probabilmente: Alessandro Magno. Sono arrivato alla settima biografia e continuo ad affascinarmi da morire su come concepiva il suo senso dell’identità. La madre, Olimpiade, ne è stata la grande architetta: gli diceva: guarda Ale, che tu non sei mica figlio del tuo babbo, di Filippo, che è comunque un bomberone, ma sei figlio direttamente di Apollo. E lui ha sviluppato il senso di sentirsi un semidio. Da parte nostra uno dice: non è possibile, la chimica, la biologia, il DNA sono quelli. Ma vedendo il suo comportamento è chiaro che si sentiva profondamente così, che ci credeva. E paradossalmente quella credenza profonda gli ha permesso di agire in quella modalità, e di fare cose che, viste dalla normalità, sono completamente anormali.

C’è una citazione a cui sto tornando parecchio, di Siddhartha Gautama: «Vediamo ciò che siamo.» Quello che penso essere il vero, la realtà, è uno specchio di chi sono io. Lì si apre tutto il grande tema dell’agency personale: se voglio cambiare quella forma di realtà, devo incominciare a cambiare me stesso. Ed è lì che c’è il vero potere trasformativo.

Perché la libertà da sola non basta?

Dismetti la parola partita IVA e sostituiscila con freelance, libero professionista. Il frame dentro cui ti muovi cambia: non è più un inquadramento fiscale, ha un concetto nuovo, insito nella parola stessa. Libertà. La visuale si allarga e inizi a concepirti come un attore più libero sul mercato. Inizi a riflettere sulla qualità dei clienti che puoi avere: ti rendi conto che ce ne sono di buoni e di cattivi, che alcuni ti hanno fatto vivere bene e altri in maniera terribile, e che alcuni progetti portano dove vuoi arrivare mentre altri no.

Appena ci entri dentro, ti rendi conto che la libertà è un mezzo, esattamente come i soldi. Ce l’hai per qualche cosa. Di per sé è una scatola vuota: acquista un senso soltanto se ce lo metti tu. Libertà per cosa? Libertà da cosa? Libertà per arrivare dove?

E allora, prima consciamente e poi inconsciamente, inizi a chiederti cosa significhi per te, perché stai facendo sta roba. Cominci a costruire delle ipotesi per riempire la scatola. Smetti di essere una vittima delle circostanze e inizi ad avere un senso di agency, di potere sulle tue circostanze. Ti rendi conto che il futuro lo si può creare: è un atto creativo fatto di visione e di lavoro intenzionale.

Quando diventi abbastanza bravo o brava, seguendo questa rotta, arriva il successo professionale. Non male: c’è gente che lo insegue per una vita intera. Ottieni più di quello che ti serve per sopravvivere. Hai un extra: più soldi, più riconoscimento, più senso del valore, più opportunità, più potere sul tuo tempo e di conseguenza sul tuo futuro.

E proprio quando la pancia e le tasche iniziano a essere piene, ti scontri con un’altra barriera di senso. Hai incominciato a ottenere quello che volevi: soldi, tempo, un po’ di successo, un po’ di senso di scopo. Cosa ci faccio con questa roba? Per la prima volta senti di avere in mano il timone della tua direzione, e la questione fondante diventa: cosa ci faccio con questo potere?

Come si trasforma la libertà in qualcosa di concreto?

Per anni ho avuto un problema con la parola libertà. Avevo questo attrito: sì, vabbè, ma che cazzo è questa roba qui? Ti insegno a essere libero, ma che cazzo sei? Un fuffaguro o un love coach, veramente le due peggio dell’universo. Ho perso un sacco di tempo, ci sono veramente morto dietro, nel cercare una parafrasi. La verità è che non c’è, perché quel concetto è proprio quello. La soluzione era definirlo meglio, tuffarcisi dentro il più possibile, per tirare fuori una libertà tangibile, pratica, una cosa che puoi prendere in mano.

L’ho trovata nel concetto di libertà di vivere secondo i tuoi termini. Se ci sono dei termini, c’è un codice: una tua costituzione di leggi e di principi. E se ci sono i tuoi termini, ci sono degli articoli nella tua costituzione, le cose che ti vanno bene e quelle che non ti vanno bene. E quindi è impugnabile.

Se scrivo libertà, realizzazione personale, intensità, vogliono dire tutto e niente. Ma se dico libertà, la domanda è: di che cosa? Di costruire una vita e una carriera secondo i propri termini, i propri valori. Quella è una cosa specifica.

Quello che vogliamo come freelance, il nostro sogno, è un successo professionale epico, per guadagnarci la libertà di vivere secondo i nostri termini. Il tutto possibilmente lasciando il pezzo di mondo in cui si lavora un po’ migliore di come lo si è trovato. Poi uno sceglie cosa vuol dire successo e cosa vuol dire epico: i puntini ognuno se li personalizza.

Vivere secondo i propri termini ha una componente autocratica: è una cosa che si decide. Non c’è un modello di riferimento a cui ispirarsi, ed è proprio lì che la libertà si esprime. In questo spazio indefinito ogni freelance, ogni essere umano dietro la figura del freelance, deve sentire la libertà di definire in maniera completa cosa significano i termini per lui o per lei. E lo spazio resta aperto perché dentro ci metti la tua idea di libertà.

Io sono felice quando dico no. Davanti a un progetto la domanda è: mi avvicina o mi allontana dalla mia libertà? Mi permette di vivere secondo i miei termini?

I miei partono da una domanda: come faccio a essere contento quando mi ritroverò all’ultima sera della mia vita? Le risposte che mi girano sono sempre tre o quattro. Passare più tempo possibile con le persone a cui voglio bene. Esplorare il più possibile il mondo, le cose. E quella sensazione che si ha quando si opera profondamente allineati con se stessi, che gli antichi greci chiamavano eudaimonia: l’allineamento fra il fare e l’essere.

Che aspetto hanno i tuoi termini in un giorno qualunque?

Dopo vent’anni di costruzione, la vita senza lunedì mattina è una realtà tangibile. Tornare dalla Costa Azzurra e passare l’intera giornata a giocare con i figli, senza lavorare, mentre il business continua a funzionare. Partire per un tour con gli amici. Vivere senza l’ansia del lunedì mattina di settembre. Non è magia, non è una scorciatoia: i palazzi sono fatti di mattoni.

Nella semantica del mio brand compaiono gli spritz Campari, i bagni al tramonto, le randagiate. Sono la messa a terra non dichiarata, e per questo ancora più forte, della promessa.

Cos’è il capo fantasma del freelance?

Tante volte i freelance commettono un errore: scambiano un capo in carne e ossa con un capo fantasma. Il fantasma è un insieme di regole di condotta che nessuno sa bene da dove saltino fuori, a cui però ci si attiene, sentendosi in colpa quando non lo si fa.

Lo vedo succedere con tanta frequenza con il concetto delle otto ore. Sento freelance che mi dicono: sono le quattro, però non esco ancora perché mi sento meglio se lavoro fino alle sei. Ma perché? Se devi finire, lavora fino alle sei, anche fino alle dieci di sera, no problema. Se hai fatto, da dove arriva quel senso di colpa? Da un compendio di regole che vengono da quel fantasma annidato nella testa, da cui il freelance è in fuga.

Il modello della quantità di ore è un modello settecentesco, in cui gli esseri umani erano equiparati alle macchine: più tempo sei acceso, più produci. Per un freelance, che è un lavoratore della conoscenza, è un metodo assolutamente inadeguato per valutare il tuo output. Più sei bravo, più sei veloce, e quel sistema ti premia per essere lento. Quindi ti premia per non essere bravo.

Dal lavoro dipendente si fugge due volte. La prima fisicamente, quando cambi la struttura del tuo lavoro e apri la partita IVA. La seconda interiormente, ed è la più difficile, perché quelle regole sono più difficili da scardinare, soprattutto quando non sei consapevole e non hai confronto per vedere come si possono forgiare altri modelli di normalità.

Un modello normale non esiste. Finché non conosci le persone, pensi che nella massa esista una persona normale, una famiglia normale, uno zio normale. Poi, più conosci gli esseri umani, più ti rendi conto che quella normalità non c’è. E nel nostro mestiere è la stessa cosa. Provi tanti vestiti, tante pelli, che sono i modelli che arrivano dall’esterno: dovresti essere così, dovresti essere cosà. E invece scopri quella che è veramente la tua, il tuo equilibrio. Che poi è la messa in pratica della libertà del freelance: essere veramente chi sei e vivere una vita allineata con questa identità.

Per me il più grosso volano è stato il confronto: costruire relazioni e contatti nonostante il digitale e nonostante un lavoro che tende a portarci all’isolamento. Ha contaminato la mia normalità, limitata dal mio piccolo set di idee, con mille altre normalità, e mi ha dato molti più blocchetti per costruirne una mia, più ricca. Un freelance deve essere in competizione solo con se stesso, perché la gara che fa è profondamente personale. Ci sono stagioni in cui i punteggi si somigliano e si cade nella trappola di guardare il fatturato, i clienti, lo stile di vita degli altri, tutte quelle boiate lì. Sono momenti transitori, dentro archi di esistenza che sono sempre personali. Molto più efficace togliere il framing della competizione e mettere quello dei compagni di viaggio: chiedersi cosa posso imparare da chi sta facendo più di me su qualche metrica.

Se giochi con regole standard ottieni risultati standard. La parte veramente affascinante è andare oltre la soglia delle regole, oltre l’orizzonte del conosciuto, per costruire la propria modalità. Lì nascono risultati che prima non c’erano, perché nessuno era andato a curiosare oltre quella soglia. Sono tesori che non potrebbero essere scoperti se non da quel singolo individuo.

Sotto la pirateria, per me, c’è proprio questo: trovare un modo alternativo, più efficace, più affascinante, anche più avventuroso, per stabilire regole nuove. È la messa a terra del grande principio del governarsi secondo i propri termini. Steve Jobs diceva: perché entrare in Marina quando puoi essere un pirata? Di per sé è un manifesto per chiunque di noi. La pirateria, la ribellione verso un sistema coercitivo e impoverente, è la più grossa chiamata alla libertà che abbiamo avuto. E quindi, pirati per tutta la vita.

A cosa servono i soldi e il tempo?

Ogni freelance ha sempre due grandi obiettivi, e non stiamo parlando di obiettivi tattici: fatturato, clienti acquisiti, lista proprietaria, bla bla bla. Il primo è quello che chiamo piena sopravvivenza: non tirare a campare, vivere bene, con sicurezza, con pienezza ogni giorno. È il passaggio dall’ansia economica costante, dove comprimi la qualità della tua vita, allo stato in cui l’ansia per il futuro non c’è più, perché hai un business solido, efficace, prevedibile e funzionante.

Il secondo è il più importante di tutti: la vita vissuta secondo i tuoi termini. È il livello più alto, ed è il vero sogno che ha sempre chi inizia a fare freelance. Il punto in cui lavorare non è più un mezzo per una vita dignitosa, ma un mezzo di compimento, di fioritura.

Il grande prodotto che vendo è l’autodeterminazione, la vita vissuta secondo i tuoi termini. Il mezzo è il successo professionale. Quello che ti vuoi comprare per davvero è l’allineamento con te stesso. «Il denaro non è il fine: è il mezzo con cui ci si compra il diritto di vivere secondo i propri termini.» Sulla libertà non si inciampa per caso: ce la si costruisce, ce la si guadagna, ce la si compra attraverso il lavoro.

Appena ho messo da parte i primi guadagni importanti da freelance, li ho spesi tutti in un viaggio. Dalla Mongolia all’India, in solitaria, solo con i mezzi popolari: Mongolia, Cina, Tibet, Nepal, India. Il deserto del Gobi, l’Everest e l’Himalaya visti con i miei occhi, il Gange, il luogo dove Buddha ha raggiunto l’illuminazione. Molti l’avrebbero giudicata una decisione irresponsabile. Per me erano soldi trasmutati: i dobloni che accumuli sono il mezzo per trasmutare la tua vita secondo i tuoi termini.

Il tempo è cruciale per un freelance perché è una valuta doppia. È la valuta con cui compri il futuro, quindi i soldi. Ed è la valuta con cui compri il benessere, lo spazio che hai per vivere la vita che desideri. La partita del freelancing è un survival game: più tempo ci compriamo, meglio è. E il tempo lo si compra con i soldi. La penuria di tempo è la più alta forma di schiavitù: un individuo senza tempo è costretto sistematicamente a fare le scelte sbagliate.

Poi c’è la sicurezza di sostentamento, il grande mostro sotto il letto di ogni freelance, la grande paura. Finché non l’hai rotta, il tempo che metti sul business è una necessità. E reinvestirlo tutto nel business rischia di diventare una grandissima ruota del criceto dove sei sempre busy: smuovi mondi interi invece di briciole, però hai sempre roba da spingere. Una volta che hai la certezza di sopravvivere e di prosperare secondo i tuoi standard, il tempo che metti sul business diventa un’opzione. Puoi dire: boh, me lo reinvesto perché voglio scalare a one million, o qualsiasi obiettivo big. Oppure ti godi semplicemente la festa del tempo dell’esistenza.

Come si trova l’equilibrio fra lavoro e vita?

Sul rapporto fra lavoro e vita, all’inizio ho fatto veramente un casino. Sono partito dal modello che arriva dal lavoro dipendente, quello della separazione fra vita professionale e vita personale, con sopra il grande rilancio del work-life balance degli ultimi anni. Ci ho speso un sacco di tempo, di energia e di sangue.

Poi ho scoperto che la separazione fra la persona e il professionista, uno degli aspetti più critici del freelancing, è anche il suo asset migliore. Sfumando quei confini, quello che fai di lavoro, che è la tua azione nel mondo, può diventare un mezzo per allinearti con i tuoi valori. E i tuoi valori sono un mezzo per agire sul mondo. Si crea un circolo virtuoso dove una cosa alimenta l’altra, e non hai bisogno di una vacanza o di staccare dal lavoro, perché diventa una missione personale.

Così ho scelto di spingere il più possibile sull’identità di professionista e allo stesso tempo sull’identità di essere umano, e lasciarle danzare insieme, accettando che un equilibrio perfetto non ci sarà mai, e di sicuro non sarà mai statico. Tante volte si pensa all’equilibrio come a delle cose messe una sopra l’altra, da non toccare più. L’equilibrio è molto più come andare in bicicletta: più vai veloce e pedali, più stai dritto, più rallenti e meno sei stabile.

A febbraio del 2025 mi sono preso circa sei settimane di monk mode. Ho tolto tutti gli appuntamenti, non ho preso clienti né lavori, ho ridotto al minimo la vita sociale, non ho aperto le mail per sei settimane, zero call, tutto quanto per andare deep, in ossessione profonda, sul modello di business nuovo che volevo pensare per l’attività. Secondo questa fantomatica normalità era uno squilibrio. È stata una delle scelte migliori degli ultimi tre anni, e uno dei momenti in cui mi sono sentito più integro, più allineato, più centrato. Sei mesi dopo sarebbe stato fuori tempo, sbagliato. Ci sono momenti in cui tenere in equilibrio tutti i sassi dell’attività e della vita, e momenti in cui essere completamente squilibrati, che è la forma di equilibrio più profonda che possiamo trovare.

L’opportunità, per noi, è andare esattamente dall’altra parte rispetto alla narrativa del work-life balance: mettersi nelle condizioni di avere una vita, e un lavoro, da cui non vuoi dare le dimissioni.

Cosa c’è oltre la libertà?

Per il livello successivo non ci sono etichette già pronte: te le devi creare tu, perché il destino non si compra al supermercato, lo si crea. Ti racconto quella che ho creato io, sperando che possa ispirarti a creare la tua: il freelance conquistatore. Oh yes, baby. È un individuo che usa il suo lavoro come strumento per costruirsi una vita secondo i propri termini, con l’idea di lasciare poi il mondo un po’ migliore grazie a questo impegno.

Il frame non è più l’inquadramento fiscale e non è più la libertà: è una filosofia, un modo di approcciare la vita e il lavoro. E qui succede la magia, perché il lavoro non è più un fine, fatto di tasse da pagare, costi da coprire, scadenze, clienti migliori, obiettivi da centrare. Diventa uno strumento per condurre un’esistenza più libera, secondo i tuoi termini, in accordo con i tuoi valori, con padronanza del tuo tempo e con un impatto positivo su ciò che ti circonda. Valori, allineamento, impatto.

Alla piramide dei bisogni di Abraham Maslow tutti ricordano la base: i bisogni primari, cibo, sonno, sostentamento biologico. Quasi nessuno si ricorda cosa c’è sopra. Subito sopra c’è la sicurezza, ed è proprio il passaggio dalla sopravvivenza della partita IVA al freelance, dove hai la certezza di sopravvivere. Poi l’appartenenza e la stima, che combaciano con quello che ottieni con il successo professionale: la stima che gli altri hanno di te, quella che hai tu di te stesso, l’espressione del tuo valore. In cima c’è il bisogno più alto che abbiamo come esseri umani: l’autorealizzazione, il compimento completo di ciò che possiamo essere.

Maslow diceva una frase bellissima: «What one can be must be». Quello che una persona può essere, deve esserlo. Significa che la realizzazione incompleta è logorante. È il veleno che uccide il livello della partita IVA, del professionista senza scopo, dell’ingranaggio del sistema: quel senso di corrosione che hai nel non riuscire a esprimere quello che sei per davvero. Non è un desiderio, è un bisogno fondante di noi esseri umani. Porca miseria, cambia tutto. Ed è a questo che mi riferisco quando parlo di vivere secondo i tuoi termini: senso di compimento esistenziale.

Per definire questo destino non serve inventarsi niente, la definizione c’è già. È la risposta che i nostri nonni, gli antichi greci, si sono dati all’interrogativo ultimo su che senso abbia l’esistenza: eudaimonia. Meraviglia. Comunemente la si traduce con felicità, ma indica più precisamente il fiorire umano, una prosperità dell’anima, la vita buona. Eu vuol dire buono, daimon è lo spirito, un genio interiore: letteralmente significa avere un buon daimon, essere guidati da una forza interiore virtuosa. Semplificando, è il nostro massimo potenziale, anche se è una cosa molto più interiore che esteriore, qualcosa che non si raggiunge.

L’eudaimonia non è un’emozione né un piacere momentaneo. È il fine ultimo dell’esistenza umana: un’attività dell’anima in accordo con la virtù, esercitata in modo eccellente e continuato nel tempo. E qui c’è la cosa più importante di tutte: non si prova eudaimonia, si vive. È quello di cui quei minchioni dei fuffaguro hanno cercato di appropriarsi, spacciandolo per la versione migliore di te stesso. Cazzate: non è una versione, è un modo di esistere.

A uno sguardo disattento, vivere secondo i propri termini potrebbe sembrare un’altra definizione di vuoto edonismo, imbellettato dall’etichetta della libertà. Cazzabubbole. Vivere secondo i propri termini, lavorando bene per un bene un po’ superiore a se stessi, ti porta ad agire su un piano superiore. Quel senso di allineamento fra il fare e l’essere è quello che mi dà il massimo senso di soddisfazione nel passare tempo su questa roccia sparata nello spazio.

Perché proprio oggi è l’occasione di un’epoca?

Fare freelance è l’occasione della vita, ed è l’occasione di un’epoca. Non ci sono mai stati degli strumenti così potenti, e l’opportunità di costruirsi una vita di profonda soddisfazione umana attraverso il proprio lavoro. Penso che il freelancing sia il mezzo più efficace, più affilato, più potente per costruirsi una vita soddisfacente come esseri umani. Perché il lavoro, il nostro agire sul mondo, è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per dare senso alle cose.

Gli strumenti di oggi sono talmente potenti che in realtà sono strumenti di mindset: ci permettono di pensare con un’ampiezza e una potenza che prima non avevamo. La one person million dollar company è una roba che fino a, cazzo, due anni fa era fanta economia. Adesso it’s a thing: si può pensare in maniera tangibile a costruire un’azienda da un milione come singola persona. Mai nella storia un individuo solo ha avuto tanto potere sul proprio destino.

Vale finché le AI non ci costringeranno all’Universal Basic Income: a quel punto ci sarà un tema di senso molto più profondo, slegato dal lavoro. Ma sarà il tema della prossima epoca.

Che rapporto c’è fra libertà e intensità?

Una volta, alla fine di un’intervista, mi hanno chiesto quale valore mi rappresenta. Secondo i dettami del mio brand avrei dovuto dire la libertà. Ho detto l’intensità. «Il vero senso profondo dello stare al mondo è l’intensità.» Nel decalogo dei valori del mio brand, intensità vuol dire affrontare ogni obiettivo con la passione e la dedizione.

Le due cose si integrano. La libertà è la condizione, l’intensità è quello che ci fai dentro.

Mi auguro di continuare ad avere giornate difficili, come freelance, su base quotidiana. Campbell, nell’Eroe dai mille volti, dice che nel viaggio dell’eroe la prima regola è che non è previsto che sia facile. E mi sono reso conto che se ho giornate troppo semplici, troppo morbide, c’è qualcosa che non va: probabilmente sto giocando un po’ troppo in difesa. Quando una cosa mi mette in difficoltà, un po’ alle corde, fuori dalla zona di comfort ma non abbastanza da essere traumatica, per me è diventata con il tempo un indicatore inverso: mi dice che sono nel posto giusto. I problemi ci saranno sempre; l’unica azione efficace che ho è diventare più bravo a masticarli, e finire con l’avere problemi sempre migliori. Quel mondo dove a un certo punto si scollina e si arriva al mulino bianco, con Banderas, con le galline, con gli unicorni, io non l’ho ancora trovato. Secondo me ce l’hanno venduto. Mi preparo a vivere una vita con quella tensione da viaggio dell’eroe, con draghi quotidiani da affrontare, anche perché è quella che dà più sapore a tutta la strada.

In sintesi

Solo i pirati saranno liberi.

A quindici anni mi hanno detto che la vita è fatta di lunedì mattina: quell'episodio è diventato il manifesto della mia filosofia. La vita non deve essere fatta di lunedì mattina. Può essere costruita diversamente.

Nel manifesto ho scritto che la destinazione è l'eudaimonia: quando ciò che fai e ciò che sei sono la stessa cosa. Il freelancing è da sempre il veicolo migliore per arrivarci.

Piccolo compendio

Le domande essenziali

E se non sapessi ancora quali sono i miei termini?

Non c'è un modello di riferimento a cui ispirarsi, ed è proprio lì che la libertà si esprime. Io parto da una domanda: come faccio a essere contento quando mi ritroverò all'ultima sera della mia vita? E torno all'amore della mia vita, l'indefinitezza: approcciarsi con una forma non ancora definita è un asset.

Si può vivere secondo i propri termini anche da dipendente?

Uno sceglie di fare il freelance non perché è una partita IVA, ma perché decide di vivere la vita secondo i propri termini. In questa concezione certi dipendenti sono, concettualmente e spiritualmente, freelance. Decidere di avere il controllo su come vivi: quella è l'attitudine da freelance.

Vivere secondo i propri termini non è un po' egoista?

A uno sguardo disattento può sembrare vuoto edonismo imbellettato dall'etichetta della libertà. Ma è lavorare bene per un bene un po' superiore a se stessi, lasciando il pezzo di mondo in cui si lavora un po' migliore di come lo si è trovato. Ti porta ad agire su un piano superiore.

Cosa resta da cercare, quando la libertà l'hai conquistata?

L'eudaimonia, che non dipende da come ti senti, ma da come sei e da come agisci. Non si prova, si vive. È il compimento di ciò che puoi essere: quello che una persona può essere, deve esserlo.

Vale la pena una vita in cui la fatica non finisce mai?

Una vita eudaimonica, esattamente come la vita di un freelance, può includere sacrificio, fatica, sbattimento, dolore, purché vissuta con la stella polare dell'eccellenza e della propria coerenza. Spoiler, let's be real: non sarà facile. Commetterai degli errori, a volte farai anche dei gran danni. Ma lavorare per trasformarsi in una persona più ricca, più appagata, più felice, e nel processo avere un impatto positivo sugli altri, è la migliore etichetta che puoi darti.

E se tutti intorno a me dicono che è normale soffrire il lunedì?

Se accetti che la sofferenza sia normale, diventa normale. Se normalizzi il lunedì mattina come inevitabile, costruisci una vita intera attorno a quella rassegnazione. Il mio rifiuto, a quindici anni, ha voluto dire cercare attivamente un'alternativa, anche se nessuno intorno a me la vedeva.

Dario Albini

Chi scrive

Dario Albini

Prendo freelance forti nel loro mestiere e gli costruisco intorno il business che si meritano.

Credo nella libertà di vivere secondo i propri termini.

Nel profitto per ricomprarsi il tempo, e nel tempo per diventare ciò che possiamo essere.

La libertà si compra

Il tempo si guadagna

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