Mi iscrivo allo IED, 3 anni magnifici di studio, baldoria e lavoro. Lavoro per l'agenzia che mia mamma ha riaperto dopo la chiusura di quella con mio padre, e per altri clienti. Prima dei 22 anni ho collaborato con nomi del calibro di Auchan, Carrefour, Warner Bros, Regione Lombardia, Bialetti e Coop Italia.
Dopo lo IED scopro due grandi amori: di quelli che ti smuovono dentro e ti definiscono come persona prima e come professionista poi.
Il primo, la Muay Thai. Lo sport da combattimento più antico e violento del mondo. Perché lo amo? Semplice: è difficile, è solitario ma soprattutto violento, come la ricerca della libertà. Uno sport che mi ha forgiato il mindset da freelance, insegnandomi resistenza mentale, disciplina e che si ottiene solo quello che ti guadagni.
A 22 anni raccolgo un po' di soldi dai miei lavori e scappo in Thailandia. Un mese di allenamenti, vagabondaggi per il paese e incontri semi-legali. Sì, come nei film.
Il viaggio in Thailandia porta il secondo grande amore: viaggiare in solitaria. Quindi l'anno successivo niente scazzottate nei camp di Chiang Mai: prendo il mappamondo e progetto il viaggio più libero, randagio e difficile di sempre. Dalla Mongolia all'India, via terra. Cammino per le steppe di Gengis Khan, il deserto del Gobi e l'Himalaya, poi giù giù fino al Gange. Tutto da solo.
Un viaggio che mi cambia dentro. Mi fa toccare con mano una cosa che avrebbe cambiato la mia vita e la mia carriera, anni dopo. Vedere posti incredibili e imparare cose nuove non aveva senso se poi non veniva ricondiviso.
Ai tempi avevo aperto un blog «Dove sta lo zio?», per raccontare i miei viaggi alle mie due nipotine. Ma mentre annotavo le mie storie e scattavo foto, sapevo che lo facevo pensando a quelli che, anni dopo, sarebbero stati i miei figli.
Non lo sapevo ancora, ma quella voglia profonda di ricondividere ciò che di prezioso trovavo mi avrebbe portato a diventare il mentore per freelance che sono oggi.
Il santone e diventare mentore 15 anni dopo
Non mi perdo mai. Quella notte però, arrivato in India, mi sono perso. Non solo perché l'India ti travolge i sensi: mi sono proprio perso per le strade di Varanasi.
L'ho incontrato in uno di quei vicoli, mentre cercavo la strada giusta. Era un Sadhu, un santone shivaita. Non conosco il suo nome, lui non ha chiesto il mio, eppure gli è bastato guardarmi per capire che ero alla ricerca di una risposta. Mi stavo scervellando su un contrasto interiore che mi portavo ormai dietro da centinaia di km.
Non so neanche quanto tempo abbiamo passato a parlare. Anzi, io parlavo, lui mi ascoltava con quello sguardo accogliente e di comprensione che va oltre alle parole, di cui solo gli asiatici sono capaci.
Gli ho raccontato del mio viaggio difficile che avevo deliberatamente scelto di affrontare e di quanto ora, all'ultima tappa, mi sentissi pieno, ricco, centrato e soddisfatto di aver avuto la mia conferma: dovevo essere libero, indipendente e solo, per stare bene.
Ma c'era un «ma».
Che senso aveva la ricchezza sconfinata che mi portavo dietro, le storie dei luoghi e delle persone conosciute durante il viaggio, la bellezza incontrata, le lezioni imparate, se le tenevo per me? Era un impatto limitato alla mia personale bolla di perfezione. «Limitato». Una parola che fa a testate con la mia natura.
Il santone ascolta. Quando finisco, mi aspetto chissà quale stupore da parte sua per le mie parole, invece lui sorride, mi dà una pacca sulla spalla e se ne esce con un «Yes my friend» (con un mix tra indi-inglese che fa piegare dal ridere).
Ha pronunciato due frasi e, in pochi minuti, ha ribaltato il punto di vista.
Mi disse che ero arrivato lì come un bicchiere pieno, colmo di ricchezza, ma ero un contenitore chiuso. E una cosa chiusa di fatto si può riempire solo fino ad un certo livello, poi è finita lì.
«Non devi fare il bicchiere chiuso, fai il canale che scorre. Fai come il Gange, fluisci. Condividi la tua acqua con le terre che incontri lungo il tragitto, ridistribuisci la ricchezza di quello che hai imparato lungo il tragitto. Un viaggio non è completo se non lo rimetti in circolo.»
Arricchirmi, ri-condividere, impattare. Nel mezzo ho continuato il mio viaggio sull'onda di questo drive.
Non lo sapevo ancora, ma 15 anni dopo, come fosse stata una profezia, sarebbe arrivato il momento di rimetterli in circolo come mentore per freelance.