Saggio
La gabbia a tre colori
Soldi, tempo e senso. Soldi o libertà da freelance, senza dover scegliere.
12 minuti di lettura
Saggio
Soldi, tempo e senso. Soldi o libertà da freelance, senza dover scegliere.
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In breve
Tra soldi, libertà e significato non devi scegliere. Il sistema ti dice che ne puoi avere uno solo, ma ogni colore da solo ti chiude nella stessa gabbia: soldi senza senso, libertà senza soldi, senso senza mezzi. Da freelance li tieni insieme con un valore che ti rende insostituibile: così la libertà te la compri.
La bugia madre dice che bisogna scegliere. Il sistema ci ha raccontato che soldi, libertà e significato non si possono avere insieme.
Ogni colore da solo è la stessa gabbia. Soldi senza senso, libertà senza soldi, senso senza mezzi: cambia la tinta delle sbarre.
Il guadagno è uno dei tre colori. Io credo nei soldi con un significato.
La libertà di un freelance si misura in tempo. Se il tempo non è tuo vivi secondo le urgenze degli altri, anche quando fatturi bene.
Quando i tre colori stanno insieme cambia chi sei. Da batteria sostituibile diventi un individuo libero, appagato e insostituibile.
Sulla libertà non si inciampa per caso. Ce la si compra, diventando insostituibili.
Il saggio completo
Perché la bugia conviene al sistema. Ci ha insegnato a vendere il nostro tempo, a chiedere di meno, a sperare di essere accettati, e poi ci ha raccontato la sua bugia più grande: «soldi, libertà e significato non si possono avere insieme. Bisogna scegliere.»
La radice sta nella cultura del lavoro dipendente. La nostra, quella dei freelance, è recentissima; siamo tutti figli di una cultura secolare che è «un sistema per inquadrare le masse inserendole all’interno di un meccanismo».
Quel sistema premia l’utilità, fino a un certo punto: «È un sistema che premia i professionisti che sono abbastanza bravi da essere utili, ma non così bravi da diventare insostituibili.» Vuole trasformarti in un numero, in un ingranaggio, in una batteria, uno fra mille.
Il motivo è il controllo: «Un sistema fatto di sostituibili è controllabile. Un sistema fatto di insostituibili non lo è, perché gli insostituibili hanno alternative, cambiano clienti, cambiano aziende».
Se ci stai dentro abbastanza, il meccanismo ti intossica: «fino a farti credere che questo sia l’unico modo possibile. Che sia come funzionano le cose, è la normalità, non ci sono alternative».
Nemmeno il posto fisso, che sembra la metà sicura della scelta, regge. In un video del 2020 dicevo che quella sensazione di sicurezza è «un’illusione bella e buona»: l’azienda che ti paga lo stipendio è un grande freelance strutturato e affronta le tue stesse sfide per sopravvivere.
Vuol dire lavorare in modalità reattiva, progetto dopo progetto, «accettando clienti semplicemente perché vogliono dire soldi e impegnando il tuo tempo a costruire il sogno degli altri». Va bene, ma manca un pezzo grosso: è il primo colore preso da solo.
Ogni tanto arriva anche qualche ricompensa: «qualche caramella, qualche piccolo oggetto scintillante, giusto per farti pensare che le sbarre della gabbia dorata in cui sei in realtà facciano semplicemente parte del paesaggio».
«Ma con le caramelle o senza le caramelle? Una gabbia rimane una gabbia.»
Quello che a lungo andare ti consuma è la mancanza di senso: «Perché stai facendo tutto questo sbattimento? Perché ci investi così tanto tempo della tua vita, così tanta energia, così tanto impegno?» Una mancanza di scopo che «ti lascia come un guscio di esecuzione».
Il tuo business diventa «una macchina per sopravvivere, non per vivere». Io lo chiamo il destino del tassista: una carriera intera a guidare per decine di migliaia di chilometri, ma sempre in tondo nella stessa città. «Bello, utile, ma tu non sei arrivato da nessuna parte.»
Il tassista e la gabbia dorata li ho già raccontati nella guida su freelance e partita IVA. Il primo colore, però, lo trovi anche quando i soldi arrivano.
Nel video dico: «Quando la tua pancia e le tue tasche iniziano a essere piene, ti scontri con un’altra barriera di senso.» Hai ottenuto soldi, tempo, un po’ di successo, e arriva la domanda: «cosa ci faccio con questa roba?»
Lo vedo anche in chi ha già un business solido. Il fatturato è quasi sempre un mezzo: dietro «voglio fare più soldi» c’è un perché successivo, e quando arrivi al numero che volevi ti trovi davanti a «un vuoto di una domanda non risolta, inespressa».
Chi non esprime quello che potrebbe essere lo sente addosso: «quel senso di corrosione che hai nel non riuscire a esprimere quello che per davvero sei».
Perché non l’avevo mai tenuto per il guadagno, e quando è cambiato quello per cui l’avevo tenuto non mi piaceva più. Era stato nominato miglior coworking di Milano, e l’ho chiuso.
Era nato da tre frustrazioni: il cash flow imprevedibile della vita da freelance, la difficoltà di trovare freelance per la mia agenzia, la solitudine del lavorare da casa. Non avevo i soldi per aprirlo, così ho ristrutturato con le mie mani un vecchio appartamento di famiglia.
Quattordici ore al giorno, un anno intero. Nel frattempo mi sono sposato e per la stanchezza accumulata sono collassato durante il viaggio di nozze. Poi, un 29 febbraio, sono entrato nel mio coworking.
È stato nominato miglior coworking di Milano e tra i migliori d’Europa. Ho fatto il tutto esaurito per anni, con una waiting list di mesi, ed è nata una seconda sede.
«C***o, ce l’ho fatta.» Il coworking andava alla grande, l’agenzia era piena di lavoro, il maledetto debito con l’INPS era saldato.
Poi è arrivata la pandemia. Le chiusure le reggeva il mio modello flessibile: a cambiare erano le abitudini e la paura che si leggeva addosso alle persone. Io l’ho vissuta così: «Non ho mai tenuto i cowo per il guadagno, ma per le persone. Così non mi piace più.»
Ho deciso di chiudere i miei coworking. «Non è facile chiudere un progetto di successo. Ma voglio creare qualcosa con ancora più impatto per i freelance.» Quell’anno è stato il più difficile della mia vita.
Oggi al posto di un coworking che poteva tenere al massimo venti persone lavoro con centinaia di freelance, e ho rimesso in circolo le lezioni imparate tra tempeste, naufragi e successi.
Il resto della traversata lo trovi nel saggio su il pirata, la Marina e il tempio.
Da fuori quel coworking era un successo pieno, e i soldi c’erano. Io però lo tenevo per le persone, e quando quel motivo è cambiato il successo non bastava più a tenerlo aperto.
È il freelance che vive «in ansia economica costante», con la qualità della vita compressa. Ha la libertà, e il business ancora non gli regge la vita.
L’uscita la chiamo piena sopravvivenza: «non tirare a campare, è dove vivi bene, con sicurezza, con pienezza ogni giorno». Il passaggio di stato arriva quando l’ansia per il futuro non c’è più, «perché hai un business solido, efficace, prevedibile e funzionante».
Finché lavori per bisogno, le scelte le fa il bisogno: sei costretto ad accettare più o meno la qualsiasi, e il posizionamento resta un posizionamento di necessità.
Poi parte la spirale. Ti guida la sottile paura di essere sostituito, e allora dai di più allo stesso prezzo, oppure abbassi i prezzi: «ti fai pagare meno per lo stesso valore pur di essere scelto».
Alla fine, come dico nel video, «diventiamo troppo poveri di soldi, di tempo e di visione per liberarci».
Anche i soldi che ci sono bastano a poco: quelli che ti dà il sistema «sono il minimo indispensabile per non morire, ma mai abbastanza per comprarti il tempo di costruire qualcosa».
Se parti da qui, il primo mattone è un fondo per le emergenze: nelle mie parole è «il primo passaggio dall’ansia esistenziale di un freelance a uno stato di benessere e serenità». Come costruirlo sta nella guida sul fondo di emergenza.
Perché senza il controllo del tempo vivi secondo le urgenze degli altri. Per me «non c’è qualità di vita se uno non è in grado di controllare il proprio tempo, se non si è padrone del proprio tempo».
Per un freelance la padronanza del tempo è «il vero obiettivo, il vero sogno»: «vivere secondo i propri termini». Nel manifesto la parola è libertà; in pratica, la libertà si misura in tempo.
La realtà dei fatti, però, è un’altra: «non si vive secondo le proprie regole, ma si vive secondo le urgenze, le rincorse». Arrivano i messaggi dei clienti, le revisioni, i problemi, e non abbiamo «neanche la facoltà di poter disporre di mezz’ora, neanche di un’ora, neanche di un giorno».
Nel video sul gioco di sopravvivenza dico: «La penuria di tempo è la più alta forma di schiavitù.» Se non sei abituato ad avere tempo, anche lo spazio vuoto sul calendario fa paura, e lo riempi di urgenze e to-do list.
Per questo dico che senza il controllo del tempo «non c’è nessun successo come freelance, successo con l’asterisco ci mettete la definizione che volete». Anche un buon fatturato, se il tempo non è tuo, ti lascia dentro la gabbia.
Il tempo libero ha un volto concreto. Se fai in tre settimane quello che prima facevi in quattro, a fine mese hai una settimana: puoi scegliere clienti migliori, far crescere la carriera, avere più tempo libero per condurre la vita che desideri.
Il tempo, dico, è «la più grande ricchezza che possiamo avere». Come si compra, e perché il tempo vuoto fa paura, lo racconto nel viaggio notturno.
È il freelance bravo nel suo mestiere, con passione e talento, a cui manca il business intorno. La sua giornata la racconto così: «Lavori dieci ore al giorno, spingi come un mulo, studi, cresci, consegni, diventi più bravo, porti più risultati… Eppure i risultati non… Oh cazzo!»
«È qui che entri in crisi, perché forse non sei abbastanza bravo, forse non vali abbastanza, forse stai sbagliando qualcosa». Il talento c’è, e da solo non basta: ci inganna, dico, «il pensare che le regole del gioco siano basate sul talento, sulla bravura, sulla competenza».
A quel livello le competenze hanno un impatto minimo: conteranno dopo. Manca la struttura che fa rendere il talento, ed è il terzo colore del manifesto, il senso senza mezzi.
Quando i mezzi ci sono, cambia tutta l’infrastruttura decisionale. Il posizionamento diventa «completamente aspirazionale»: scegli una cosa che faresti anche con la febbre, legato al letto, perché ti piace da morire, e il controllo del mercato passa in secondo piano.
E se i soldi li vivi come una vergogna, ogni preventivo ti sembra un chiedere soldi per te, e la credenza fa cortocircuito con il valore che ti dai.
Lo dico nel corso: «noi italiani, amiamo la ricchezza, ma odiamo i ricchi». Ne parlo per intero in I soldi non sono soldi.
Perché ogni colore da solo ti tiene sostituibile. Nel mio manifesto lo dico così: «La stessa gabbia, dipinta con tre colori, e l’ha chiamata scelta.»
Se sei un ingranaggio, la paura di essere sostituito ti guida: dai di più o abbassi i prezzi, e gli altri professionisti, che potrebbero essere compagni di viaggio, diventano «competitor, rischi, minacce».
Il kraken dell’innocua batteria sostituibile lo racconto nel viaggio notturno.
Il sistema ha un nemico: «L’autorealizzazione umana è il suo più grande nemico.» E una persona con tutti e tre i colori è una persona che si sta realizzando.
Anche le false scelte che ho usato in passato sono casi particolari di questa. Essere autentici o di successo, restare piccoli e liberi o diventare grandi in catene: è la stessa bugia in formato ridotto.
Per questo il guadagno sta dalla tua parte. Nel manifesto parlo di un lavoro che lascia il mondo migliore, di fioritura dell’individuo e di «soldi con un significato»: il guadagno è uno dei tre colori, e se lo togli resta la gabbia con un’altra tinta.
Il successo professionale diventa un mezzo. La missione con cui insegno ai freelance è questa: «un successo professionale epico, così da poter essere un essere umano più libero, più appagato e più felice».
A quel punto pagare le tasse, coprire i costi e stare dietro alle scadenze smettono di essere il fine. Il lavoro è, nelle mie parole, «uno strumento per concepire la professione come un mezzo, per condurre un’esistenza più libera, secondo i tuoi termini, in accordo con i tuoi valori, con padronanza del tuo tempo».
Ci sono dentro i tre colori: i soldi che non sono più il fine, il tempo che torna tuo, i valori e l’impatto che danno il senso. Sopra la sopravvivenza, dico, c’è un secondo livello di qualità di vita: «il più importante di tutti», la vita vissuta secondo i tuoi termini.
Una vita dignitosa a quel punto c’è già, e il lavoro diventa «un mezzo di compimento, di fioritura». Gli antichi greci lo chiamavano eudaimonia: ne parlo in vivere secondo i propri termini.
Poi c’è quello che fai con i soldi: «i soldi che guadagni, i dobloni che hai accumulato, li tramuti in esperienze. Questa è la via del costruire una vita a secondo i propri termini».
Con i primi soldi che ho guadagnato io ho fatto un viaggio dalla Mongolia all’India e li ho spesi tutti: i soldi migliori spesi della mia vita. Lo racconto in bagni al tramonto.
Prima di spendere, però, viene il fondo per le emergenze: finché non l’hai riempito, è l’unico focus.
Dal muro dei risultati ti riporto tre voci, come le hanno scritte i freelance che seguo.
Siro Toracchio, Marketing Videogames: «Questo mese fatturato raddoppiato da 3.5k a 7k! Sono finalmente libero. Non lavoro più di cinque ore al giorno, il resto per salute e famiglia!»
Filomena Pesce, Visual Designer: «Con il sistema di scaling di Dario sono passata da esausta a gestire un team che cresce in maniera magnifica!»
Francesca Giovannetti, Copy SEO: «Sono passata da stare per chiudere la mia attività a scalarla nel giro di un anno.»
In Siro vedo soldi e tempo insieme. In Filomena vedo la fine dell’esaurimento, in Francesca un’attività che stava per chiudere e che adesso cresce. Sono i loro risultati: per te non prometto né cifre né tempi.
Il punto d’arrivo lo dico nel video del gioco di sopravvivenza: ti trasformi «da un’innocua batteria sostituibile a un individuo libero, appagato e insostituibile».
Comprando la libertà, diventando insostituibili. Lo scrivo nel manifesto: «Ma sulla libertà non si inciampa per caso. Ce la si compra. Diventando così insostituibili che le vecchie regole prendono fuoco.»
La catena è questa: «Il valore diventa impatto. L’impatto diventa ricchezza. La ricchezza diventa tempo. Il tempo diventa libertà. La libertà diventa autorealizzazione.»
La leggo come la risposta alla falsa scelta: i colori si comprano uno dopo l’altro, e il primo gradino è il valore che porti nel mondo.
Sul piano pratico, nel video del gioco di sopravvivenza il primo passo è comprare tempo con un modello di business che contenga delle retainer, cioè offerte continuative: «Un freelance che non ha un retainer è un freelance che si sta autocondannando all’abbraccio del kraken.»
Con il tempo comprato puoi andare in profondità e trovare «cose che gli altri non vedono». Dico che è la forgia della tua insostituibilità, ed è da lì che il tuo futuro successo «smetta di essere una questione di se e diventa semplicemente una questione di quando».
La partita IVA viene dopo. Alla base c’è una filosofia: «essere free lance significa assumersi la responsabilità del proprio destino».
Ne parlo in freelance o partita IVA e in vivere secondo i propri termini.
Il primo passo pratico è il mio training gratuito.
In sintesi
Soldi senza senso, libertà senza soldi e senso senza mezzi chiudono le stesse sbarre. Io credo nei soldi con un significato, e il freelancing è il veicolo per tenerli insieme. Sulla libertà non si inciampa per caso: ce la si compra, diventando insostituibili.
Piccolo compendio
No. Il guadagno è uno dei tre colori della gabbia, e il mio credo è quello dei soldi con un significato. Il fatturato è quasi sempre un mezzo: dietro la voglia di guadagnare di più c'è sempre un perché successivo.
Essere freelance è una filosofia prima che una partita IVA, e vale anche per i dipendenti: autonomia di pensiero, chiedersi dove va la propria azienda. Sul fisso: Il gioco di sopravvivenza.
Perché ti può mancare il colore del tempo. Se vivi secondo le urgenze, anche un lavoro che ami ti sta stretto. C'è poi un secondo livello, quando il lavoro diventa un mezzo di compimento, di fioritura.
I soldi che ti dà il sistema sono il minimo indispensabile per non morire, e mai abbastanza per comprarti il tempo di costruire qualcosa. Il tempo lo compri con un modello di business che contenga delle retainer, cioè offerte continuative.
Dipende da come definisci la libertà. Il successo di un freelance lo definisce ciascuno per sé, e io racconto la mia definizione in bagni al tramonto, sperando che ti serva da spunto per trovare la tua.
Avere alternative: gli insostituibili cambiano clienti, cambiano aziende. Significa uscire dall'ingranaggio uguale a diecimila altri, senza differenziante. Nel manifesto la leva è diventare insostituibili.
Dal training gratuito. Se vuoi parlarne con me, in fondo trovi come.
Perché il freelancing è da sempre il veicolo migliore per arrivarci. E oggi c'è una soglia nuova: il freelance con un esercito di agenti AI. Mai nella storia un individuo solo ha avuto tanto potere sul proprio destino.
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Chi scrive
Prendo freelance forti nel loro mestiere e gli costruisco intorno il business che si meritano.
Credo nella libertà di vivere secondo i propri termini.
Nel profitto per ricomprarsi il tempo, e nel tempo per diventare ciò che possiamo essere.
La libertà si compra
Hai letto il saggio. Per essere padrone del tuo tempo devi essere padrone del tuo business: nel training gratuito ti mostro da dove cominciare, sul tuo prossimo preventivo.
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