Saggio
Il contratto d'infelicità
Un contratto con te stesso che si autorinnova.
13 minuti di lettura
Saggio
Un contratto con te stesso che si autorinnova.
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In breve
C'è sempre un po' questo mostro, per noi builders, per noi costruttori: l'insoddisfazione come motore della crescita. Dopo che hai incominciato, «è come se facessi un contratto con te stesso per essere infelice, finché non raggiungerai quell'obiettivo». E il punto è che è un contratto che si autorinnova. Lo raggiungi, e fai un altro contratto d'infelicità, sul prossimo obiettivo.
Il contratto d'infelicità si autorinnova. Lo raggiungi, e fai un altro contratto d'infelicità, sul prossimo obiettivo.
L'insoddisfazione ce l'avremo sempre, in qualche forma. Quello che può cambiare è il modo in cui ci relazioniamo: se è la percezione del «non sono abbastanza» o il profumo dell'aria di casa.
Se la gara la fai sugli altri, è sempre fallata. Il metro di paragone cambia in continuazione: la gara seria si fa con l'unico avversario che puoi veramente avere, te stesso.
Il punteggio va spostato dall'esterno verso l'interno. Il fatturato e i clienti sono carburante, però sono sempre dipendenti dall'esterno.
Se non c'è la visione, la cifra non basta mai. Sfugge sempre: la vita che ti piace, e quanto costa, devono stare insieme.
Le attività che facciamo solo per renderci felici devono essere presenti fin dall'inizio. Se non le mettiamo sul nostro calendario, è come se ci facessimo una promessa di felicità che non esaudiremo mai.
Il saggio completo
C’è sempre un po’ questo mostro, per noi builders, per noi costruttori: l’insoddisfazione come motore della crescita. Quando devi partire è forse il motore più potente che hai, o uno dei due, tre massimo più potenti, perché ti spinge come nient’altro.
Non ci sarebbe stata l’invenzione della ruota se non ci fosse stato uno insoddisfatto di portare la roba sulla schiena. Se gli andava bene, saremmo ancora qui a trasportare le robe a culo di mulo o a culo di persona. Invece c’era uno che s’era proprio rotto i coglioni. Se abbiamo delle cose che adesso funzionano meglio di prima, e delle cose che prima non c’erano, è perché qualcuno, cazzo, non era soddisfatto. Tutto il progresso, se lo guardi bene, si basa sull’insoddisfazione.
Ma dopo che hai incominciato, l’ho detto così in una call, «è come se facessi un contratto con te stesso per essere infelice, finché non raggiungerai quell’obiettivo».
E il punto è che è un contratto che si autorinnova. Lo raggiungi, e fai un altro contratto d’infelicità, sul prossimo obiettivo.
Dipende da quale principio ordinante, da quale stella polare usi per misurarla. Ma long story short, per come siamo fatti noi, ce l’avremo sempre, in qualche forma. Affamati, completamente. È quello che ci fa muovere per davvero, quindi quella roba lì ce la teniamo.
Quello che può cambiare è il modo in cui ci relazioniamo. Se è la percezione del «non sono abbastanza», di qualcosa fuori posto, del non essere nel posto in cui vorrei essere, per cui sono un po’ scisso, disallineato. Oppure se è il sapore, il profumo dell’aria di casa mia. È normale che ci sia il profumo di napalm al mattino, che è meno buono di quello delle violette. Però casa nostra sta lì.
La parte di insoddisfazione, di pain, di sentire di fare le cose sbagliate, di non avere mai la percezione di essere completamente sicuri di quello che si fa, può essere presa come un indicatore del «sto sbagliando, c’è qualcosa che non va». Oppure come un indicatore del «è corretto»: sono nel processo corretto e nelle azioni giuste.
Razionalmente, dopo che la capisci, è carina, make sense. Farla diventare tua, incarnarla, è un altro paio di maniche. Però una volta che arrivi a un certo livello di assorbimento, la relazione che abbiamo con il dolore, con l’insoddisfazione, con l’essere fuori posto, con il non sentirci abbastanza, con l’impressione di andare sempre per tentativi, boh, cambia proprio nella natura.
Più parlo con le persone, più parlo con i miei clienti, i miei piratoni, più mi accorgo che non ho mai sentito nessuno, forse uno o due, dirmi «non vedo l’ora di scalare e di mettere su un team». Erano tutti: devo veramente scalare, voglio scalare, ma devo veramente prendere le persone, gestirle, capire come fare, fare le riunioni?
Con i reparti e i manager in più sposti soltanto un po’ più in là il famoso problema della scalabilità. Oggi le componenti del team potrebbero benissimo essere agent, magari non tutti, magari la metà, però minchia. Con i sistemi quel problema lo mitighi tanto, ed è veramente un’alternativa. Adesso puoi fare veramente il one person million business. Quello è il mio sogno.
La rincorsa dell’obiettivo io la sento ancora, tantissimo, perché mi dà il senso del procedere. Però con una compensazione: l’obiettivo prossimo deve andare di pari passo con l’aumento della qualità di vita. Se è una corsa per star peggio, non mi interessa.
Anche la corsa per star meglio implica sbattimento, stress, costruzione. Però è la parte sana, un po’ come quando vai in palestra e fai fatica. E quella parte del cazzo è necessaria, la devi fare, e per certi versi finisci anche con l’imparare ad amarla.
Ho visto che se ritaglio, se abbasso un po’ la qualità di vita oppure abbasso un po’ gli obiettivi, A non mi viene e B non sono felice. Mi viene quando spingo al massimo su entrambi e cerco l’equilibrio tra gli estremi.
Per una psicologia da high achiever, con questo drive di default della carogna, del voler competere, vincere, fare, è logorante. È come se fossi sempre alla performance massima, a giocare la finale di Coppa del Mondo. E poi guardi il tabellone e non si capisce che cazzo c’è scritto. Come sta andando? Stai vincendo? Boh.
Succede perché stiamo giocando una partita in un campionato dove non ci sono delle regole: sono quelle che scriviamo noi. Se fossimo dentro un sistema convenzionale, ci sarebbe un sistema di rating fatto dall’esterno. Da dipendente c’è quanti soldi guadagni, quanto stai scalando la gerarchia, quanto è figa l’azienda in cui lavori, quanto lo è quella in cui puoi andare, quanto puoi fare carriera. Il punteggio della partita.
Qui no, perché è un campionato che abbiamo inventato noi. «Non ci sono le regole, non c’è il punteggio. Lo dobbiamo fare noi.» Il primo passaggio è decidere quali sono le cose che fanno punto e quelle che non fanno punto, e rendere misurabile lo sforzo.
Se la gara la fai sugli altri, è sempre fallata. Ci sono tre warning.
Il primo: occhio alla valutazione dei business dall’esterno. Io, per deformazione, ne vedo decine al mese, e minchia, la differenza che c’è tra quello che appare all’esterno e quello che è per davvero è incredibile, incredibile. Uno dice: minchia, centomila al mese, figata. Ma non sono i centomila che fatturi, sono quanti te ne rimangono in tasca. Fare centomila con un carrozzone che te ne costa ottanta, e averne venti, con quello che ti costa star dietro a quel carrozzone, vuol dire anche molto più rischio. Attenzione veramente alla metrica grezza.
Il secondo è il costo per l’anima di quel business. Non sono tanto i venti, trenta, quaranta, centomila: è se quel guadagno ti ripaga del costo interiore che ti serve per farlo. E noi abbiamo un prezzo molto, molto alto, prima di poter accettare il fatto di dare via un pezzo di noi.
Il terzo: nel momento in cui gli altri cambiano, cambia il mercato, cambia in continuazione il tuo metro di paragone. Non lo troverai mai, perché non è in un posto fisso. Arrivi a fare non dieci ma venti, non venti ma cento, tanto ci sarà quello che fa centocinquanta. Oppure quello che fa un milione.
Il passaggio vero è impostare una gara seria con l’unico avversario che puoi veramente avere: te stesso. Perché sennò sarai sempre, indipendentemente dal risultato, in uno stato di insoddisfazione.
Il fatturato, quanti clienti entrano: figo, va bene, ci piace, make sense. È tutto carburante. Però è sempre dipendente dall’esterno, per cui è un’autoregolazione che non sta dentro di te, sta fuori. Per questo va spostato il sistema di punteggio, sempre più dall’esterno verso l’interno.
La partita vera non è tanto vincere il campionato con gli altri: è vincere quello con se stessi. È la parte di autorealizzazione. Che lo sappiamo oppure no, stiamo giocando il gioco dell’arrivare a sentirci allineati con la forma massima del nostro potenziale. E quello non è un desiderio, attenzione. È un bisogno.
La realizzazione incompleta è logorante. È quel senso di corrosione che hai nel non riuscire a esprimere quello che per davvero sei. È il mismatch fra quello che senti di valere e quello che riesci ad applicare: magari all’esterno viene percepito bene, sono tutti soddisfatti, ma tu hai l’impressione di non andare giù abbastanza in profondità, di non esprimere completamente te stesso. Nel mio manifesto lo dico così: «Non la felicità, che passa. Il compimento, che resta.»
Per misurare questo progresso servono KPI non di risultato, ma di processo. I numeri che arrivano da fuori possono andare bene, possono andare male. È una parte temporanea: è un indicatore, non è un risultato. Quello che conta è la misurabilità del progresso che stai facendo nell’autorealizzarti. Sono indicatori completamente autocratici, sei tu che li decidi. Però ci sono.
Io ho un mio sistema di rating interno. Dentro ci sono tutti i parametrini che so che, se li eseguo, mi trasformano in quello che sono destinato a essere, quello che gli antichi greci chiamavano il daimon: la versione più alta. L’allenamento, la meditazione, il deep work, quanto costruisco il business, a che ora vado a dormire, quanto digiuno faccio. Robine. Ma so che se non faccio quella roba lì posso avere i più grandi successi esteriori nella vita e restare «insoddisfatto e logorato dentro».
Il successo si autodetermina: è un atto prima di anarchia, e poi di creazione di un sistema personale. Uno dei KPI che ho, e che controllo ogni trimestre, ogni semestre, ogni anno, è quanti tramonti sul mare vedo in un anno. Sul serio. Il minimo è venti: devo vederne almeno venti per assicurarmi che quello sia stato un anno di successo. Può essere qualsiasi cosa, letteralmente: il numero di viaggi fatti, le ore passate con le persone che amiamo. Una cosa che ti consiglio caldissimamente: prima definisci, scritto, non nella testa così, che cos’è il successo per te. Poi stabilisci dei KPI che siano profondamente tuoi.
Il barbatrucco sta nella soglia. Per ognuna di queste azioni ho un obiettivo minimo, sufficientemente piccolo per non fallire e allo stesso tempo significativo, e poi un obiettivo sopra, che è l’andare oltre. Cinque minuti di meditazione: check, segno verde. Se ne faccio quindici, bonus. Venti minuti di allenamento sono il minimo; se mi alleno settanta, bonus. La parte bassa mi dice se sto perdendo. La parte alta mi dice se sto vincendo, e anche di quanto.
Ma se non c’è un obiettivo più grosso, siamo di nuovo dentro ai demoni della mentalità da high achiever. Se mi metto quaranta minuti di allenamento e ne faccio quaranta, dico: no, troppo pochi. Non possiamo lasciarci senza una stella polare definita. Io la chiamo North Star Matrix. Deve essere misurabile, e di conseguenza ben definita: non un banco di nebbia, una visione chiara. E deve essere significativa, perché sennò possiamo mettere qualsiasi obiettivo e alla fine non ci crediamo per davvero. Deve essere un magnete.
La soluzione per uscire dal demone del non basta mai è stabilire un obiettivo vero, misurabile, di lungo periodo. Un dove si va per davvero. Si lavora partendo dal futuro e tornando indietro verso il presente, ed è un frattale: lo puoi fare su uno sprint di tre mesi o su uno di quindici anni. Su un anno, i check sono i trimestri, poi gli obiettivi mensili, poi quelli settimanali, e ognuno è la somma matematica di quelli sotto. Ogni giornata è quel pezzettino che, se lo esegui, dal punto di vista matematico ti porta all’obiettivo. A quel punto non è più autovalutazione, su cui addio, non saremo mai abbastanza. È bilancio, è matematico.
Per capire se un obiettivo è effettivamente potente, il check che faccio io ha due lati. Da un lato lo valuto da un punto di vista razionale. Dall’altro faccio una mini visualizzazione: mi immagino alla fine della settimana, con quell’obiettivo compiuto, e sento alla bocca dello stomaco come sto. È una roba che cazzo non sbaglia mai.
Poi c’è da dare una cifra tangibile alla visione: la vita che mi piace, e quanto costa. Quanto costano tutti gli hobby, tutte le robe che vorresti fare. Somma, matematica: per fare quella vita lì ho bisogno di questa cifra. Se la raggiungo, l’ho comprata, come al supermercato. Quella è la vera gara, non la comparazione con i fatturati degli altri, che sa il cazzo quanto sono veri, quanto no, quanto costano per davvero. E le due cose devono stare insieme, perché se non c’è la visione, la cifra non basta mai. Sfugge sempre.
Il risultato esterno non lo cancelliamo, perché ci serve. Ogni giorno ce ne stacchiamo un po’ di più, pian pianino.
Quando costruisco il calendario con un cliente, dopo il lavoro, i progetti e il miglioramento delle competenze e del corpo, arriva la domanda: che cosa gli manca ancora? Tutte quelle attività sono finalizzate a qualche cosa. Mancano quelle che facciamo senza nessuna apparente ragione, se non quella di renderci felici. Niente studio, attività fisica o meditazione con uno scopo: roba che facciamo perché ci fa stare bene, punto. La nostra qualità di vita migliora perché c’è quella roba.
Ed è qui la vera costruzione della ricchezza reale come freelance: la qualità di vita. È il vero motivo per cui facciamo quello che facciamo.
Io lì dentro suddivido anche le relazioni, per essere molto più intenzionale: uno slot ben definito per amici e famiglia, uno per le relazioni romantiche, uno solo per i miei figli. Solo per loro. Puoi andare sempre più nel dettaglio, e costruirti proprio l’infrastruttura di vita che vuoi.
Ho una serie di cose che odio alla morte. Una di queste è avere le giornate frammentate: anziché le mie sei, otto ore di deep work, un impegno in mezzo. Mi fa uscire di testa quella roba lì, mi uccide, perché mi avvelena tutti i pezzi della giornata prima e dopo. Un paio di settimane prima, la mia bimba mi aveva detto: papà, guarda che mercoledì alle tre c’è la lezione aperta di musica. Proprio la giornata full, quella in cui, minchia, volevo tuffarmi negli abissi, in un periodo in cui sono gasatissimo per tutto quello che sto creando. L’interruzione mi stava veramente sul cazzo.
Ma mi ricordavo che quando ero piccolo, alle recite, i miei non c’erano mai: guardavo tra il pubblico ed ero triste perché non c’erano. E tutte le scelte che ho fatto per costruirmi una vita secondo i miei termini le ho fatte perché, quando ci saranno le occasioni di poter essere libero con le persone che amo, ci voglio essere. Devi andare, devi andare.
Mentre camminavo controvoglia verso questa cazzo di lezione di musica aperta, con una tribù di settenni che strimpellava, mi sono accorto che stavo agendo allineato con quello che era da sempre stato l’obiettivo. Fra i vari angoli di persona che puoi essere, quello di padre: il padre che alle tre e mezza ha zero afflizione, esce, è lì e incrocia lo sguardo con la sua bimba. Semplicemente per presenza, quando chissà quanti non si possono permettere di farlo, perché alle tre, minchia, sono in riunione, a fare le robe.
La singola cosa di maggior soddisfazione che abbia mai fatto nella mia vita, il punto più intenso di quella sensazione, è stato riuscire a far addormentare i miei bambini piccoli. Fare in modo che un piccolo essere umano si senta così al sicuro da mollare è una roba che prende tutte le sovrastrutture della tua vita e le annulla. Non conta più chi sei, cosa hai fatto, che lavoro fai, soldi, successo. Zero. Conta soltanto la capacità di essere un essere umano lì.
E questa parte deve essere presente fin dall’inizio. Perché se non ci permettiamo di farlo, se non lo mettiamo sul nostro calendario, è come se ci facessimo una promessa di felicità che non esaudiremo mai.
In sintesi
Il fatturato e i clienti sono carburante, ma il sistema di punteggio va spostato sempre più dall'esterno verso l'interno: KPI di processo, un obiettivo minimo che dice se stai perdendo, un obiettivo vero, misurabile, di lungo periodo che al posto dell'autovalutazione mette un bilancio.
E l'obiettivo prossimo deve andare di pari passo con l'aumento della qualità di vita, con le attività che ci rendono felici presenti sul calendario fin dall'inizio.
Piccolo compendio
Per come siamo fatti noi, l'insoddisfazione ce l'avremo sempre, in qualche forma: siamo affamati, ed è quello che ci fa muovere per davvero. Non ci sarebbe stata la ruota senza uno insoddisfatto di portare la roba sulla schiena. Quello che può cambiare è il modo in cui ci relazioniamo: se ci dice «sto sbagliando» o se ci dice «sono nel processo corretto».
Se abbasso un po' la qualità di vita oppure abbasso un po' gli obiettivi, A non mi viene e B non sono felice. Mi viene quando spingo al massimo su entrambi e cerco l'equilibrio tra gli estremi. Anche la corsa per star meglio implica sbattimento, stress, costruzione: è la parte sana, come la fatica in palestra, che finisci con l'imparare ad amare.
Eudaimonia comunemente viene tradotto come felicità, ma non è la felicità come la intendiamo noi adesso: non è un'emozione né un piacere momentaneo. Non si prova eudaimonia, si vive. Non dipende da come ti senti, ma da come sei e da come agisci, e per questo può includere sacrificio, fatica, sbattimento, dolore.
Quasi tutti partiamo con la necessità di guadagnare per poter vivere, ed è il drive che ci spinge per tantissimo tempo. Quando finiamo quel gioco, la domanda diventa: adesso com'è che si vive? Che cos'è che cerco, che cos'è che creo? La libertà di per sé è una scatola vuota: acquisisce un senso soltanto se ce lo metti tu.
Quando la cifra è ancorata alla visione: la vita che ti piace, e quanto costa. Se raggiungi quella cifra, l'hai comprata. Se non c'è la visione, la cifra non basta mai, perché sfugge sempre.
Perché la realizzazione incompleta è logorante: è il senso di corrosione nel non riuscire a esprimere quello che per davvero sei. Non è un desiderio, è un bisogno. Se non faccio le piccole azioni che mi trasformano in quello che sono destinato a essere, posso avere i più grandi successi esteriori nella vita e restare insoddisfatto e logorato dentro.
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Chi scrive
Prendo freelance forti nel loro mestiere e gli costruisco intorno il business che si meritano.
Credo nella libertà di vivere secondo i propri termini.
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